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Presentata la ricerca sul Disagio Sociale nella Piana del Sele

Il Disagio “della” Piana. Pubblicata l’indagine sociale, commissionata dalla nostra Cassa Rurale ed Artigiana di Battipaglia con la collaborazione di Fondosviluppo, sul disagio sociale nella Piana del Sele.
Una ricerca per “leggere e conoscere” il Disagio Sociale nella Piana del Sele. Il lavoro è stato affidato a Massimo Corsale, docente ordinario di Sociologia presso l’Università La Sapienza di Roma e presso il Suor Orsola Benincasa di Napoli, ma con una significativa e lunga esperienza sul campo nei nostri territori per aver lavorato tra l’altro presso l’Istituto di Osservazione Minorenni di Eboli (l’ex carcere minorile) e per aver insegnato anche presso l’ateneo salernitano. Corsale ha potuto contare su una valida equipe da lui individuata e composta da Lorenzo Gigliotti, regista e docente universitario egli stesso, Ugo Prudente, Sociologo e Mariarosaria Paesano, psicologa.
Il lavoro che ne è scaturito, frutto di una ricerca durata un anno e che ha portato gli esperti ad intervistare, analizzare, sezionare, studiare un territorio estremamente particolare com’è quello della Piana del Sele, ha offerto spunti di grandissimo interesse che sono stati presentati nel corso di un convegno tenutosi lo scorso 29 novembre e a cui hanno partecipato, oltre agli autori del lavoro, anche Don Vincenzo Federico, Delegato regionale Caritas Campania e Claudia Benedetti, Responsabile della Funzione Comunicazione, Identità e Social Banking della Federazione Italiana delle Banche di Credito Cooperativo. Il tutto moderato dal Direttore del periodico finanziario Il Denaro, Alfonso Ruffo.

Il quadro presentato sia nel documentario del dott. Gigliotti, che nelle conclusioni alla ricerca del prof. Corsale, è quello di una realtà territoriale che, pur non essendo caratterizzata da episodi di povertà estrema, soffre delle cosiddette “nuove povertà” e delle modifiche dei comportamenti delle strutture di base, come ad esempio “la famiglia” che, pur mantenendo le caratteristiche classiche che nelle nostre zone – quelle del clan nell’accezione non malavitosa, come ha spiegato Corsale – si ritrovano a scontrarsi con realtà sociali di cambiamento che ne minano il ruolo. Discorso ben più duro quello sulla classe politica e sulla sua incapacità ad incidere in modo positivo sulla crescita anche sociale dei territori e che permettono – ad esempio – scelte urbanistiche che non aiutano le collettività. Una passaggio significativo la ricerca lo fa sulla questione degli immigrati, dove Corsale si chiede quanto alcuni atteggiamenti nelle nostre realtà siano dettati da una forma di razzismo diversa da quelle solite. E il riferimento è ai lavori che vengono fatti fare agli immigrati. “Il concetto di dignità del lavoro è importante – ha ribadito il docente universitario – così come lo sono le condizioni di lavoro e la retribuzione”.

Sono tantissimi gli spunti ed i numeri della ricerca – raccolti in un bel volume disponibile per i Soci presso la nostra Sede Centrale – e nella discussione, moderata in modo mirabile dal direttore de “Il Denaro”, Alfonso Ruffo che ha saputo cogliere e far cogliere le peculiarità della serata, sono venute fuori alcune interessanti considerazioni da parte di Claudia Benedetti di Federcasse e di don Vincenzo Federico, delegato regionale della Caritas. La Benedetti, dopo essersi complimentata con il lavoro dei ricercatori e con la banca per la coraggiosa iniziativa intrapresa, ha sottolineato come sia “importante questo agire contro la rinuncia e oltre la denuncia” rappresentato proprio da lavori come questo. Interessante la provocazione della Benedetti nel rivisitare alcune parole chiave per un “nuovo vocabolario”: “Bisogna passare da conoscenze a conoscenza, e qui c’è il discorso della qualità della scuola e del merito; da il potere al poter; da confusione a con-fusione, fondersi con; da sostare a so-stare”. E qui la Benedetti ha ricordato un dato recente reso noto da Svimez in cui si evidenziava come nel 2004 il 25% dei giovani laureati del Sud con il massimo dei voti partiva e che 3 anni dopo, nel 2007, quella percentuale già drammatica era passata al 38%.

Molto importante anche l’intervento di don Vincenzo Federico che ha sottolineato, oltre ai problemi, le risposte che soprattutto dal mondo cattolico e dal volontariato continuano ad arrivare. Il ruolo della Cooperazione di Credito in questo ambito è fondamentale, così come le sinergie da attivare.

Significativo l’intervento dell’Assessore al Bilancio della Provincia di Salerno, Antonio Squillante che ha plaudito l’iniziativa e sottolineato l’impegno della Provincia in questi settori. Numerosi anche la presenza di altri Amministatori locali, tra i quali il Sindaco di Battipaglia, Giovanni Santomauro.

Le conclusioni sono arrivate dal presidente della nostra Banca, Silvio Petrone, che, con estremo pragmatismo, dopo aver evidenziato quante siano le emergenze e le cose da fare, ha fatto appello a tutti, a partire dalla Cassa Rurale ed Artigiana di Battipaglia, di iniziare a farle le cose più che a lamentarsi. “Se solo risolvessimo un piccolo problema al giorno, sarebbero 365 problemi all’anno risolti. Noi, come Banca, – ha concluso Petrone – intendiamo continuare a fare la nostra parte. L’esperienza di questo lavoro non vuole esserne solo la testimonianza, ma anche l’invito a costruire insieme”.

(stralci delle conclusioni della ricerca del prof. Corsale)

Il Territorio
(…) I principali centri urbanizzati dell’area (Battipaglia, Eboli, Bellizzi, Pontecagnano), prescindendo dall’eventuale presenza di centri storici (come ad esempio ad Eboli), assomigliano sostanzialmente alle periferie delle grandi città, italiane e non solo: grandi edifici abitativi, disegnati per lo più senza fantasia, allineati secondo i criteri del massimo sfruttamento delle aree fabbricabili, senza un disegno urbanistico in cui si tenga conto di punti di riferimento che diano un senso ai percorsi di vita degli abitanti (piazze, giardini, centri commerciali, luoghi di ritrovo e di aggregazione nonché per lo svolgimento di attività culturali, ma soprattutto luoghi simbolici in cui i cittadini si riconoscano come membri di una collettività determinata). In genere, quando si parla di aree abitative di questo genere si usa l’espressione “quartieri dormitorio”; e la definizione della sua città data da un ragazzo di Bellizzi la confermerebbe molto efficacemente: “il paese delle otto e mezza”, alludendo al fatto che a quell’ora gli abitanti si chiudono in casa lasciando padroni della strada i ragazzi un po’ sbandati, i quali a loro volta si trovano privi di punti di riferimento significativi (che li aiutino a costruirsi un senso positivo per il loro vissuto). A ben guardare però nelle società moderne la separazione sistematica tra luogo di abitazione e luogo di lavoro fa sì che la maggior parte dei quartieri residenziali possa essere considerato come un dormitorio. In fondo anche un quartiere di villini funziona come un dormitorio. La vera caratteristica che distingue un quartiere ghetto da uno residenziale è piuttosto la qualità edilizia, accompagnata dalla densità abitativa e dalla quantità di verde. E sotto questo profilo la situazione dei maggiori centri abitati della Piana (e in particolare di Battipaglia e Bellizzi) lascia molto a desiderare. Alle armonie spontanee dell’architettura e dell’urbanistica tradizionali (anche nelle aree povere e periferiche: pensiamo ai paesini di montagna, anche del territorio circostante la Piana), è subentrata l’incapacità di fronteggiare la pressione dei “grandi numeri” conservando gli equilibri. Basterebbe confrontare l’armonia del centro storico di Eboli (finalmente recuperato) con lo squallore dei centri abitati costruiti nel XX secolo, con particolare riferimento a quelli che precedono il terremoto del 1980. Una componente del disagio è certamente costituita dalla necessità di vivere aggirandosi tra manufatti approssimativi e informi, affastellati in maniera casuale. (…)
(…) Insomma, si può parlare nel nostro caso di un primo tipo di disagio, quello derivante dal brutto che ci circonda. Si tratta di un disagio sordo, generalmente inconsapevole, ma certamente vissuto e tradotto in comportamenti collettivi caratterizzati da scarso senso civico.

Economia e Politica
(…) Infatti dalla ricerca emerge che la politica, nel nostro territorio, è concepita essenzialmente come attività volta a occupare cariche per ricavarne prestigio e vantaggi materiali per sé, per i propri familiari e per i membri della propria clientela (che costituisce lo zoccolo duro del proprio elettorato, il quale a sua volta consente al politico di esercitare pressione sul suo partito di riferimento per potenziare il proprio ruolo). La società civile è imbricata in questo sistema di clientele, da un lato grazie al ruolo esercitato dai clan familiari, e dall’altro al ruolo di coloro che gestiscono pubblici poteri in quanto erogatori di risorse (finanziamenti, appalti, agevolazioni, pensioni ecc.). Le organizzazioni politiche sono apparati di copertura di questa rete; non svolgono alcun ruolo di elaborazione programmatica nell’interesse della collettività, e tanto meno di formazione di un ceto politico moderno e universalisticamente orientato. (…).

Immigrazione
(…) Qui ci troviamo di fronte a un altro luogo comune: dobbiamo accogliere bene gli immigrati perché ne abbiamo bisogno, la nostra economia non potrebbe funzionare senza di loro. Di fatto, è vero che essi svolgono una serie di compiti che una volta erano svolti da italiani e oggi non più: dalla collaborazione domestica alla raccolta dei pomodori, fino alla manovalanza nell’edilizia, e tanti altri ancora. Ma la cosa paradossale è che chi sostiene queste tesi (anche alcuni dei nostri intervistati) lo fa schierandosi in difesa degli immigrati, ma con un argomento tipicamente razzista. Infatti egli sostiene che costoro fanno quei lavori che nessuno dei nostri farebbe, o fa: senza pensare però che, se si tratta di lavori vergognosi, non dovrebbe farli nessuno; mentre se sono dignitosi, perché i nostri non li fanno? Forse perché sono mal pagati? Allora vuol dire che i “diversi” debbano, o possano, essere pagati meno dei nostri. Che dire? (…)

Giovani
(…)Non è un caso quindi che dall’indagine diretta condotta in alcune scuole secondarie superiori risulta chiaramente che il clima educativo all’interno della scuola è tendenzialmente povero di entusiasmo. Tra i docenti, comprensibilmente, predomina un atteggiamento apparentemente contraddittorio: da un lato, alte aspettative (la cui eventuale soddisfazione li gratificherebbe professionalmente e moralmente), ma dall’altro un diffuso pessimismo circa le effettive chances che tali aspettative siano soddisfatte. Perché ovviamente ai risultati dell’azione educativa sono destinati a contribuire decisivamente i ragazzi. I ragazzi realmente interessati a un apprendimento inteso come esperienza stimolante sono “mosche bianche” e in linea di massima provengono da famiglie acculturate. Gli altri vivono la scuola come un dovere, da alcuni accettato alquanto passivamente, da altri vissuto come una malattia esantematica (un inconveniente dell’età), da altri ancora utilizzato come opportunità per mettere alla prova soprattutto la propria attitudine a imporre la propria personalità nelle relazioni interpersonali. E ovviamente i professori vivono questa situazione in termini speculari: alcuni tirano ad assolvere i propri compiti col minimo sforzo, altri vivono con disagio la mancanza di gratificazioni che un lavoro con scolaresche di questo tipo comporta; pochi poi accettano di buon grado il compito di operatori sociali che in effetti si richiede a docenti operanti in scuole periferiche rispetto alla società post-industriale globalizzata: compito che del resto si richiede a tutti i docenti operanti in aree socialmente degradate, anche nelle grandi metropoli centrali del mondo industrializzato, ma che non casualmente è vissuto come poco allettante anche da questi ultimi. I giovani in età e in condizione scolare dal canto loro, anche nel nostro territorio, costituiscono una categoria assai differenziata al proprio interno: tra quelli appartenenti alle varie fasce sociali e culturali, nonché tra ragazzi e ragazze, ma ciononostante esistono certamente alcuni problemi che li accomunano e spiegano alcune vistose uniformità di atteggiamento. (…)

Famiglia
(…)Testimoni privilegiati dell’area (per esempio, giornalisti) testimoniano che la famiglia- clan funziona da agenzia di controllo sociale, ma anche da sostegno. E questo vale nei paesi collinari ancora di più che nei centri della Piana. Per esempio, esercita un ruolo di supplenza rispetto al sistema dei servizi: le nonne o le sorelle o le cognate sostituiscono l’asilo nido e spesso anche la scuola materna, e possono comunque intervenire nel caso in cui i bambini non vadano a scuola perché ammalati o durante le vacanze. La cura delle persone malate, per non parlare dei disabili o degli anziani non autosufficienti, grava evidentemente sul clan, pur se per le terapie vere e proprie esistono anche istituti specializzati (…).

Conclusioni
(…) Di certo tutta questa problematica non è specifica della Piana del Sele: essa si verifica per lo meno in tutto il mondo occidentale oggi. Ma la nostra Piana ne fa parte, e ci piacerebbe che ne facesse parte in maniera sempre meno periferica (così come certamente avveniva circa 2500 anni fa, al tempo di Elea e di Posidonia). E non c’è motivo perché non possa tornare a dare un suo contributo a quello sforzo collettivo che potremmo chiamare, con mons. Paglia, una nuova “ricerca dell’anima”. Ma la domanda sulla natura di questa ricerca, e da dove debba cominciare, eccede i limiti di questo discorso.

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